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Descrizione

Carnevale Tradizionale[modifica | modifica wikitesto]

Questa tradizione risale alle origini del borgo, tramandata di generazione in generazione fino ai giorni nostri. Il carnevale alessandrino è un misto di tradizioni e leggende, di sacro e profano che si articola dall'unione e dal contemporaneo scontro di diverse maschere

  • i Polëcënëllë Biëllë, maschere legate a determinate famiglie di Alessandria che si tramandavano l'arte del vestirsi e del ballo di padre in figlio. Il vestiario di questa maschera è complesso: il copricapo, la maschera lignea e lo "scriazzo" sono di proprietà del pulcinella, mentre il resto dell'abbigliamento è prestato per l'occasione, solitamente dalla famiglia alla quale il pulcinella è legato da un vincolo sentimentale. Ogni parte del corpo deve essere celata al pubblico. Il corteo è organizzato in modo militaresco. Guidati dalla figura "du gëgandë”, la maschera più alta e bella, il quale raduna tutti gli altri belli, si muovono in corteo una fila per due saltellando e tenendosi l'una a l'altra dal mignolo verso la casa della sposa. Il corteo è accompagnato da vari suonatori ed, in particolare, un suonatore di surdulina. Una volta radunato tutto il corteo le maschere si dirigono in punti strategici del paese, il suono del campanaccio indica il loro arrivo, campanaccio che viene reso muto durante il ballo. La danza dei belli è una tarantella posata e lenta, i passi sono ben legati al terreno e in alcuni momenti della danza la terra viene percossa, quasi a volerla risvegliare. "U scriazzë" è l’unico oggetto che permette le maschere di entrare in contatto fisico con la gente, i pon-pon posti all'estremità dello stesso sfiorano le teste, “infilzano" i cappelli degli uomini che poi vengono portati in giro per la piazza, tutto in segno di buon augurio. All'imbrunire i Belli si levano la maschera lignea facendosi riconoscere alla comunità. Con il viso scoperto si iniziano le serenate di buon augurio alle famiglie che in precedenza hanno donato in prestito le parti del vestiario.
  • L’Ursë, un uomo robusto camuffato da animale con caratteristiche ed elementi che ne esasperano le fattezze brutali. Il volto annerito dalla fuliggine, il corpo ricoperto da più strati di pelli di capra, con in testa vistose corna di caprone. Alla cintura sono attaccati dei grossi campanacci ed è legato a pesanti catene: “I kemastrë". Veniva trascinato e rincorso per le vie del paese da alcuni cacciatori. L'Urse rappresenta la forza oscura della natura, del bosco, l'entità mostruosa che va domata. Si avvicina con modi violenti alle persone cercando di mettere terrore, alcune volte sfugge al controllo dei cacciatori e raggiunto viene dileggiato e bastonato sulle spalle, cadendo a terra finge di essere morto ma dopo poco si rialza e ricomincia il caos. Dopo vari cicli l'uomo animale viene allontanato dal perimetro conosciuto della comunità e con esso tutto quello che la comunità teme e che lo stesso Ursë rappresenta.
L'innalzamento della Pitë
  • Coremmë, l'Incarnazione della Quaresima, figura che indica la fine del periodo carnevalesco, veste le sembianze di una vecchia cenciosa, gobbuta e zoppicante, indossa l'abito nero del lutto con viso tinto dal nero fumo. Questa figura entrava in scena il martedì grasso, ultimo giorno dei festeggiamenti carnevaleschi. Gira tra la gente colpendo gli astanti alle gambe con un grosso fuso, nella cinta ha legato una grossa forbice da tosatura con la quale mima il taglio del filo raccolto nel fuso. Alla vista di questa maschera le persone gridano: "Coremmé a pedë toartë chi ci faijë devantë e stë portë?" (Quaresima la zoppa, che cosa ci fai davanti a questa porta?") e lei risponde: "Ci mangë e ci vivë e c songhë u matinë" ("Ci mangio e ci bevo e ci suono il mattino"). All'imbrunire alcuni uomini sparavano con i fucili in aria e tali spari ponevano fine al carnevale.
  • I Polëcënëllë Bruttë o lajëdë sono la controparte dei belli, rappresentano la disorganizzazione, il caos, il frastuono, il dionisiaco. Il corteo dei brutti era in passato accompagnato dalle zampogne a chiave, il loro ballo era disordinato, stereotipava movimenti grotteschi. Entravano in scena appena i belli andavano via, le due figure non entravano mai in contatto né visivo e né fisico, in realtà le due figure sono indissociabili, l’una si caratterizza in modo da contraddire l'altra. I brutti vestono con panni vecchi, stracci, il viso tinto di fuliggine o coperto di stracci a uso di maschera. Camminano curvi come fossero storpi scatenando lo scompiglio e la paura degli spettatori, riempiono l'area di polvere e grida. La messa in scena dei Belli e Brutti è una lotta rituale, tra la ricchezza e la povertà, tra la primavera e l’inverno, tra la luce ed il buio, tra l'ordine ed il disordine.
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